il BOTTIGLIERE Riflessioni

Contro ogni idealizzazione del vino

di Fabio Rizzari 11 mar 2016 2

Sul perché la recente polemica sulla biodinamica ci ricorda che il vino è materia complessa e non sempre trattabile in modo razionale.

Se sto a cena con amici il vino me lo bevo e basta. Non sto ore a discettare sulla ricchezza estrattiva o sulla finezza dei tannini. “Parlare del vino a cena è roba da francesi, noi inglesi di solito non lo facciamo mai”, sottolineava la celebre Nigella Lawson durante un’intervista che le facei (il passato remoto feci non mi è mai piaciuto) per il Gambero Rosso molti anni fa. 

Qualche sera fa sono stato tuttavia trascinato per i capelli in una discussione sgradevole da un enologo ipertecnico a casa di conoscenti comuni. “Voi della guida dei vini* siete stati troppo indulgenti con i vini cosiddetti naturali, biodinamici, biologici, eccetera. Anzi, complici. Quelli spesso sono pagliacci furbi che sfruttano la credulità della gente e fanno vinacci imbevibili”.

Ho lasciato cadere due, tre, quattro provocazioni di questo tenore. Volevo mangiare, bere, rilassarmi, chiacchierare d’altro che non fosse il vino; figuriamoci parlare di guide. Meno che mai. Alla quinta provocazione mi sono legittimamente girati i coglioni.

Complici? Ma complici de che? Abbiamo sempre scritto che bisogna valutare caso per caso. Che non ci facevamo infinocchiare a priori da alcuna scuola di pensiero, tecnica di allevamento, procedimento enologico, uva di base, zona di provenienza: giudicavamo il risultato finale. Di vini biodinamici ne abbiamo trovati di buoni, eccellenti, cattivi, pessimi. Quelli buoni e eccellenti, tuttavia, hanno spesso una vibrazione, una vitalità molto evidenti. Innegabili.” Così gli ho detto.
E non solo.

Gli ho detto che una visione laica del vino non può e non deve escludere l’esistenza di forze al momento inafferrabili, proprio perché una visione laica è per definizione non dogmatica. Il fatto che non sia ancora dimostrata l’influenza di energie focalizzate da alcune pratiche biodinamiche non significa che tali energie non siano reali. Significa che la scienza attuale non può verificarne strumentalmente gli effetti, e che quindi oggi tali pratiche non rientrano nel novero di quelle di cui si è accertata scientificamente l’efficacia. Proprio dal punto di vista razionale non si può tuttavia escludere che in un futuro più o meno lontano ciò che rubrichiamo oggi come superstizione o fumisteria irrazionale trovi il conforto di una conferma scientifica. Se a un fisico della fine dell’800 qualcuno avesse descritto gli effetti dell’entanglement quantistico, lo scienziato avrebbe probabilmente riso in faccia all’interlocutore, definendolo un simpatico ciarlatano.

Per quanto ne so, il buon Steiner poteva benissimo essere un eccentrico che ha trovato qua e là, per vie sconclusionate e magari pure casuali, il modo di intercettare e incanalare fenomeni fisici – e sottolineo fisici – che non sono rilevabili con le analisi scientifiche attuali. Qua e là. In modo sconclusionato e magari casuale.
E forse è andata proprio così. 

Ma il punto di questo post non è la diatriba indecidibile sulla biodinamica**. Il punto è che – a costo di essere trionfalmente ovvi - il vino non è soltanto quell’oggetto miracoloso capace di unire le persone in un solo canto. Non è soltanto fonte di armonia, strumento che svela verità nascoste, ponte verso il cielo, rasserenatore dell’animo. Quasi nella stessa misura il vino divide. Fa scontrare fazioni in conflitti acerrimi. È tossico per l’alcol, ottenebra la mente se se ne beve appena una frazione di troppo, scatena aggressività.

La sua duplice natura va quindi maneggiata con estrema attenzione. Proprio perché doppio, occorre tenersi alla larga dagli estremi.
Sennò ci si rovina la serata.   

 

* quella che ho curato per una dozzina d’anni, fino all’anno scorso 

** sulla quale rimando a un riuscito post riassuntivo a firma di Fiorenzo Sartore su Intravino

COMMENTI (2) AGGIUNGI UN COMMENTO



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francesco vettori
11 marzo 2016 12:23 Concordo in pieno. Anche per questo gli antichi simposi erano fortemete regolati e riservati a gruppi di "etairoi".
Baser
12 marzo 2016 10:15 Mi permetto sommessamente si suggerire un'alternativa efficace per la prima persona singolare del passato remoto del verbo fare: "facetti". Trattasi di forma ampiamente sperimentata, specie sul versante adriatico del centro Italia, e quindi di sicuro affidamento. "...durante un’intervista che le facetti..." Bello, no?