il BOTTIGLIERE Riflessioni

Vino e polverine

di Fabio Rizzari 17 feb 2017 2

I cosiddetti Wine Kit, scatole complete per farsi in casa del vino, fanno progressi.

Così come “la psicanalisi è un mito tenuto in piedi dall’industria dei divani” (W.Allen), l’affare planetario del bricolage è alimentato dal mito superomistico della fiducia in una completa autonomia dal resto degli esseri umani; all’insegna dell’imperituro motto “chi fa da sé fa per tre”.

Nel campo del vino tale attitudine ha generato, specialmente nei paesi anglosassoni, mostri e mostriciattoli impresentabili: sotto forma di bustine liofilizzate per aromatizzare vini innocenti capitati lì per caso, e soprattutto di cosiddetti wine kit, ovvero materiali, aggeggi, attrezzature composite per farsi il vino in casa in assenza di uno straccio di uva qualsiasi.

Sono stato felicemente inconsapevole di simili brutture fino a tre o quattro anni fa, quando un tizio (belga) mi fece provare un’orribile pozione che mi pare chiamò “Chardonnay style”, o qualcosa del genere. Di colore giallo smorto, a elettroencefalogramma piatto quanto a profumi, aveva un gusto tra il sapone di Marsiglia e il polistirolo bruciacchiato. Per una valutazione non superiore a 11/100.

Figurarsi la mia sorpresa quando, poche sere fa, un conoscente mi ha propinato un bicchiere di rosso ottenuto da un wine kit nei fatti quasi decente, meritevole almeno di un punteggio di 41/100: un progresso spettacolare. Certo, il liquido non aveva quasi parentele reali con le sensazioni generate da un vino vero, ma – a un osservatore distratto – poteva lontanamente ricordare un rosso da un’annata cattiva vinificato da un bambino di sei anni.

Quest’ultimo specimen era stato ottenuto da una scatola di montaggio comprata su Amazon. Se ci fate un giro ne troverete a iosa: Barolo (da “Barolo crushed grapes”), Island Mist Raspberry Peach Wine Kit (non si sa bene cosa significhi), Cabernet Sauvignon Vintner’s Reserve, e via andare.

Il conoscente, che in quanto tale appunto conosce un po’ questo sottobosco, ha accennato a un crescente successo commerciale di questi arnesi. Sembra anzi che il mercato stia dando spazio a produttori di wine kit addirittura ambiziosi: produttori che cioè non solo non si vergognano, ma arrivano a dichiarare di voler fare “vini eccellenti”. A titolo di esempio mi ha riferito che un suo amico sta attendendo con trepidazione l’arrivo, previsto per i primi del 2017 (ci siamo dunque) del Master Vintner Limited Edition 2016, un wine kit che promette faville.

Una nota finale. Il tono di blanda perculatio che ho scelto fin qui per questo post nasconde l’insidia della sottovalutazione. L’industria fa progressi concreti e non si accontenta di ammanire squallide imitazioni. Cerca la qualità vera, o quasi. Ne sono un perfetto esempio i brodi liofilizzati in bustina firmati nientemeno che da un mostro sacro della gastronomia planetaria quale Joël Robuchon. Ne ho ottenuto consommé di notevole livello, indistinguibili da un bel brodo di carne fatto in casa, e degni di un giudizio sugli 85/100. Non ci credete? Cercateli sul web, sono prodotti dalla Ariaké nelle varianti bouillon de volaille e bouillon de boeuf. E poi mi direte. 

COMMENTI (2) AGGIUNGI UN COMMENTO



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Stefano
17 febbraio 2017 13:39 In cucina e soprattutto in pasticceria l'uso di semi-lavorati è da anni diffusissimo, e mi spingerei a dire che certe blasonatissime cucine sono loro stesse delle industrie oggi, non tanto per volumi, quanto per procedimenti. Difficilissimo per un palato distinguere una crema pasticcera preparata con mix da una vecchio stile. Per il vino prospetti un futuro simile? personalmente non sono sicuro di non aver già assaggiato vini parzialmente prodotti come descrivi, senza essermene per nulla accorto...
Fabio Rizzari
17 febbraio 2017 19:20 Sì, è tragicamente possibile che si vada verso una significativa estensione di tali pratiche, e del resto i confini tra un wine kit e un vino da procedure enotecniche iperinterventiste potrebbe essere nei fatti molto labile